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RapSport: Ghemon

Tempo di lettura: 16' c.a.

Seconda puntata per RapSport, la rubrica di VareseGiants in cui analizziamo le discografie degli artisti in cerca di citazioni sportive. Oggi il protagonista è Ghemon.

Avellinese classe 1982, non ha bisogno di presentazioni. Il suo nuovo album ORCHIdee, uscito da un mese, ha debuttato in settima posizione in classifica FIMI e raccolto pareri positivi da pubblico e critica sdoganandolo definitivamente come uno degli artisti più seguiti in Italia, non solo nel microcosmo Hip Hop.

Curiosamente, tra i suoi molti progetti, solo il primo (Ufficio Immaginazione) e l’ultimo (ORCHIdee, appunto) non contengono riferimenti all’atto sportivo o al personaggio che lo compie.

Nei restanti, da Qualcosa Cambierà fino ad arrivare al mixtape Aspetta un Minuto, passando per featuring vari e progetti paralleli come EmBrionale (firmato con lo pseudonimo di Gilmar) o quello con Marco Polo e Bassi Maestro (Per La Mia Gente) troviamo riferimenti a quasi ogni tipo di sport: freeclimbing, atletica, rugby, nuoto, ginnastica artistica denotano le sue competenze nel campo, ma da buon italiano è il calcio a farla da padrone, con un’attenzione maniacale all’aneddoto anni ’90.

D'altronde, se puoi dedicare una canzone intera a

Toma toma toma cobra Tovalieri

(Cobra Tovalieri, A1M Mixtape) 

O a

Condor Agostini. Te lo ricordi quando c’era lui? Hubner, Silenzi, Piovani, bomber Rizzitelli? Totò DeVitis? Vedi che fare le figurine fino a 25 anni mi è servito a qualcosa?

(Condor Agostini, A1M Mixtape)

Fare le figurine fino a 25 anni serve davvero a qualcosa. Sandro Tovalieri (detto il Cobra per la rapidità e velenosità delle sue giocate in area) ha legato il suo nome indissolubilmente all’esultanza a “trenino” di cui era locomotiva nel Bari della prima metà degli anni ’90, un Bari che vedeva in Igor Protti (capocannoniere della serie A con la maglia dei galletti nel 94/95) il suo compagno di reparto.

Dopo Bari per Tovalieri un lungo girovagare per l’Italia senza mai trovare di nuovo la propria dimensione ideale.

Attaccante fulmineo anche il “Condor" Massimo Agostini, un altro attaccante che ha girato l’Italia in lungo e in largo durante gli anni ’90 facendo sempre intravedere un grande potenziale ma senza mai esprimerlo pienamente.

Una carriera sul mare adriatico per il riminese Agostini, con Cesena, Ravenna e soprattutto Ancona le piazze in cui ha fatto vedere le cose migliori. Memorabile un gol in doppia rovesciata (prima Centofanti, poi lui) contro il Genoa nella partita poi finita 4-4 del campionato 92/93. Il gol potete trovarlo al minuto 2:21 di questo video.

Dario Hubner, detto “Tatanka” o “Bisonte” per le cavalcate inarrestabili, è un friulano idealmente adottato dalla pianura padana di Brescia e Piacenza, unico col già citato Igor Protti ad aver vinto la classifica marcatori in tutte e tre le serie professionistiche italiane. Serie A, B o C per Tatanka non aveva importanza: il suo mestiere era segnare, e lo faceva.

Con la chicca della sigaretta sempre accesa negli spogliatoi tra un tempo e l’altro.

11 anni a Piacenza anche per Gianpietro Piovani, di mestiere ala/seconda punta. 15 reti nel 94/95 in serie B, in compagnia di un giovanissimo Pippo Inzaghi e di un altro citato da Ghemon, Totò DeVitis.

Carriera divisa in due per Totò: Girovago per tutti gli anni ’80, solo due squadre nei ’90, Piacenza (appunto) e Hellas Verona.

Capitano nella formazione emiliana ma è con la maglia scaligera che si toglierà le ultime soddisfazioni, tra le quali il gol decisivo per il ritorno in A, in un derby contro il Chievo.

Di tutt’altra categoria la carriera di Ruggiero Rizzitelli, basti guardare le maglie che ha collezionato: Roma, Torino e Bayern Monaco prima di chiudere tra Piacenza (ancora una volta) e Cesena.

Rizzigol è ancora nel cuore dei tifosi della capitale, come dimostra questo video

Attaccanti e difensori nelle parole di Gianluca, d’altronde la sua è una musica

Con le vibrazioni giuste al momento del dunque, con la forza degli stopper e il senso di profondità delle punte

Come ci ricorda in “Si chiude il sipario” (E Poi, all’Improvviso, Impazzire). Difensori rocciosi alla Pasquale Bruno e Roberto Policano, coppia arretrata di quel Torino da sogno della stagione 91/92.

L’ultimo vero Torino da sogno, terzo in campionato e che in coppa UEFA si arrenderà solo nella finale contro l’Ajax, con i due citati in Questione  e‘ lengua con Capeccapa e Paura:

Karate verbale, dojo metropolitano se fai brutto tipo incrocio tra Bruno e Policano

Della coppia (che realmente interpretava il campo da calcio come un dojo) è soprattutto Bruno ad essere ricordato, anche per il soprannome di O’Animale che andava a sottolineare un caratterino fumante e che quasi faceva passare per agnellino il suo compare Policano, degno anch'gli di gesti fuori da ogni logica sportiva come il celebre calcio in faccia a Casiraghi, in un derby che li vide entrambi espulsi:

Casiraghi che è citato in Get Live (Per la mia gente), assieme ad altri protagonisti della Juventus di quegli anni

Fuori schema, troppo navigati faccio accademia: Baggio, Casiraghi, Vialli

I tre, che giocarono insieme solo una stagione tra le fila della vecchia signora, ebbero destini completamente diversi: Baggio è l'emblema del

Numero 10, estinto

Di cui G parla in Confessioni di una mente meticolosa (Qualcosa è cambiato), uno che ha fatto innamorare ogni tifoso e intenditore durante gli anni ’90 ma che ha fatto anche impazzire ogni allenatore che lo ha avuto in squadra, finchè Ulivieri a Bologna prima e Carlo Mazzone a Brescia poi non gli affidarono le chiavi di una squadra pronta a girare con lui come unico centro di gravità permanente.

Il tipico giocatore che viene amato dal

Marito trentenne che guarda il calcio in poltrona

Ben rappresentato in Amare o Lasciare Andare (La Rivincita Dei Buoni), un fenomeno poco incline al sacrificio tattico e di squadra.

Se invece molti hanno diviso la vita

In ere pre e post Gianluca Vialli: a zero e con le basette per assomigliargli

Come in Brano Senza Titolo (con Dargen D’amico e Danti), è perché Gianluca Vialli è stato uno degli attaccanti più influenti dei ’90, dal titolo-impresa con la Samp fino alla finale di Champions, prima persa in finale coi blucerchiati e poi vinta ed esorcizzata in maglia Juve.

Nel mezzo, un cambio di look ai limiti del possibile: da capellone riccioluto a pelato con basette e pizzetto in evidenza. Fantastico anche il doppio ruolo in contemporanea di allenatore e giocatore rivestito negli ultimi anni della carriera a Londra, sponda Chelsea.

Sempre sponda Chelsea si infrangerà invece la carriera di Pierluigi Casiraghi, più precisamente contro Shaka Hislop, all’epoca portiere del West Ham: non basteranno dieci interventi al ginocchio per ristabilirne la piena funzionalità, costringendo Pierluigi al ritiro, all’età di soli 31 anni.

La sua parentesi più felice alla Lazio, dove Zeman riuscì a sfruttare al meglio le caratteristiche sue e di Signori, facendone un attacco coi fiocchi e rendendo Beppegol un bomber infallibile.

Ma non tutti hanno la visione di gioco di Zdengo, e a pagarne lo scotto sarà proprio Signori, come ci viene ricordato in Testa a Posto (A1M Mixtape):

Il pubblico mi incita ma il coach non mi stima, è come piazzare un bomber sulla fascia mancina: sono come Signori in quell’estate a Pasadena

Quell’estate a Pasadena è l’estate 1994, l’estate dei mondiali negli Stati Uniti, e quel coach nient’altri è che Arrigo Sacchi: Sarà un mondiale a suo modo stoico e storico allo stesso tempo per Signori, stoico perché si troverà a giocare, lui capocannoniere della serie A, da ala tornante, lontano dalla porta.

Storico per il gran rifiuto prima della finale: O da punta, oppure niente, questa volta l’ala non la può fare. Sarà quindi Arrigo a indicargli la strada della panchina, e far crescere in lui il rimpianto. Anni dopo confesserà “A ripensarci oggi, quella partita la giocherei pure in porta”.

Una finale poi segnata dagli errori dal dischetto di Massaro, Baggio e Baresi.

Franco Baresi, il

Libero difensore

Sempre presente in Testa a Posto. Franco Baresi che tra le ricerche predefinite di google vede spuntare “moglie” e “figlio nero” prima di ogni riferimento alla sua straordinaria carriera sportiva. Figlio nero che non è l’unica nota di colore di quel mondiale, basti pensare a Jorge Campos, tutto matchato in Condor (Agostini) (A1M Mixtape)

Hai Matchato? Bravo, apprezzo tanto! Bel completino, hai preso spunto da Campos? Hai presente il portiere del Messico, quello con la divisa strana, verde e rosa fluo?

Quello che non tutti sanno è che Jorge Campos Navarrete la sua strana divisa se la disegnava da solo ispirandosi ai costumi da surf, altra grande passione, e oltre che come portiere poteva essere schierato anche da attaccante, col numero 9 sempre sulle spalle (tranne ai mondiali, per le severe regole FIFA).

14 gol realizzati in 37 presenze con i Pumas nella serie A messicana del 1988 sono un bottino niente male, per uno che avrebbe dovuto pensare a non prenderli, i gol.

E se comunque Ghemon in A1M Mixtape

Porto Alegria, come il Gremio

con un gioco di parole molto semplice, il Gremio è la squadra della città di Porto Alegre (nonché una delle più importanti di tutto il Brasile), nelle sue citazioni troviamo una vena di nostalgia: non esiste più il calcio che un tempo era

Totale: Cruyff, Pelè, Diego, Puskàs

Con Diego che ovviamente è Diego Maradona, l’orange Cruyff che è il primo calciatore “moderno” della storia e Pelè, davvero dobbiamo spiegare chi è Pelè? Diamo due nozioni su Puskàs, giusto perché magari non tutti sono storici del calcio: Ferenc Puskàs altri non è che il secondo marcatore di tutti i tempi in partite ufficiali dietro a O’Rey Pelè, vincitore di tre Coppe Dei Campioni e sei campionati con la Camiseta Blanca del Real Madrid, il tutto in sole otto stagioni di permanenza in Spagna e nonostante arrivasse da due anni di fermo in seguito alla diserzione della rivoluzione ungherese del 1956 e la conseguente squalifica.

Oggi troviamo invece chi

Vuol fare la media […] tra uno Jedi e Jeda

(Get Live – Per La Mia Gente)

e oltretutto

Ci sembra quasi uguale comprare Kakà o Okaka

(Cobra Tovalieri – A1M Mixtape)

Kakà è il bravo ragazzo tutto casa e chiesa – ricordate la maglia “I Belong To Jesus”?

È il calciatore, caso più unico che raro, che sta con la stessa donna da sempre, è quello che pur di tornare al Milan grande amore si riduce lo stipendio. È il Pallone d’Oro 2007, quello che ha praticamente vinto da solo una Champions.

È però anche quello che in tempo sei mesi è passato dalle dichiarazioni di fedeltà sul balcone a vestire la maglia di un’altra squadra, è quello delle continue voci di un divorzio dalla moglie e di presunte relazioni con miss Brasile. È quello che si dice adesso non vorrebbe più tornare a Milano, dopo la delusione della mancata convocazione al mondiale. Un personaggio in chiaroscuro, insomma.

Stefano Okaka, nato a Castiglione Del Lago da genitori nigeriani, è l’eterno giovane del calcio italiano recente: tutti gli anni questo attaccante tutto muscoli classe ’89 sembra sempre sul punto di sbocciare, per poi bloccarsi. Il problema è che il tempo passa, e non si può attendere per sempre: Alla Samp con Mijahilovic in panchina ha fatto intravedere 6 mesi di buon calcio e finalmente qualche gol in più, vedremo se riuscirà a confermarsi.

Certo che in otto stagioni da professionista aver collezionato otto squadre diverse e non essere mai riuscito ad andare in doppia cifra a fine anno non è certamente quello che si può definire un buon biglietto da visita. Sua sorella Stefania è una giocatrice di pallavolo professionista che ha giocato anche a Busto.

Capitolo Jeda: fare la media tra lui e uno Jedi in pratica sarebbe come creare un piccolo Messi in laboratorio. Non che il il nostro Jedaias Capucho Neves sia così scarso, ma è semplicemente quello che in altri tempi si sarebbe definito un “bomber di categoria”. Tanti gol nelle serie inferiori con Rimini, Crotone e Vicenza per poi sparire praticamente nell’anonimato facendo il salto verso la A: solo una stagione in doppia cifra, con il Cagliari 2008/2009.

Anche Novara nelle sue peregrinazioni, prima di ridiscendere fino alla Pergolettese, ultima tappa (per ora) del suo viaggio nel calcio italiano. Viaggio che non avrebbe potuto intraprendere senza il passaporto portoghese - e quindi comunitario - in suo possesso ai tempi del Vicenza, risultato poi essere falso.

Lo scandalo passaporti è stato forse il primo degli scricchiolii per il calcio italiano, un calcio che come nello slam poetry di Siccome Pioveva

Ha avuto molto ed è caduto in miseria: Inter di Corso, Inter di Herrera

L’Inter di Herrera e Corso è stata la grande Inter: tre campionati vinti tra il ’62 e il ’66, due Coppe Campioni, due Intercontinentali, prima che il “Mago” decidesse di passare alla Roma nel 1968. E prima che come tutte le minestre riscaldate finisse a non avere più lo stesso gusto: il ritorno sulla panchina nerazzurra nella stagione 73/74 fu deludente, con solo un quarto posto finale in classifica e i definitivi titoli di coda alla grande Inter. Lo stesso Corso, appesi gli scarpini al chiodo, si sedette poi su quella panchina nella stagione 85/86, chiamato a sostituire Ilario Castagner. Per lui, solo un sesto posto finale e tanti saluti.

In panchina nei momenti di difficoltà della sua squadra anche Bruno Conti, simbolo di Roma e della Roma che nel 2005 deve condurre la squadra alla conclusione di una stagione drammatica, passata per le mani di ben quattro allenatori: Prandelli, Voeller e Del Neri prima dell’ala campione del mondo ’82. Un campionato che, come detto in PTS (Embrionale), avrebbe potuto saltare in seguito ad un infortunio patito proprio prima di partire per il ritiro

Fai fisso crack e non è come se ti rompi, neanche il crack di fine soldi nei conti, né il crack del ginocchio di Bruno Conti

Sappiamo tutti come è andata a finire, con Bruno a sollevare la copa Mùndial.

Ma se gli altri rappers

Puntano al torace per sfondarlo con un takle scivolato coi tacchetti

(Qualcosa Cambierà Pt.3 – Qualcosa Cambierà Mixtape)

Per Ghemon, da buon

Nuovo Juary di Avellino

(Male di Stagione – sonocazzimieimixtape – DJ Nais)

La Musica è come il Calcio e le Donne, un piacere

(PTS – EmBrionale)

Come un piacere era vedere in campo Juary, sempre sorridente ed elegante, anche nel ruolo odierno di dirigente e opinionista sportivo.

Elegante come ai live il nostro Gianluca, che in PTS pt.2 (Qualcosa è Cambiato) ci rivela avere

90 minuti nei polmoni e non nelle gambe

D’altronde in Bugiardo (a parole) (A1M Mixtape) è

Un fuoriclasse e me ne vado, firmo con Mino Raiola

Mino Raiola è uno degli ultimi personaggi veri rimasti nel mondo del calcio, sempre più asettico: uno che viene letteralmente dal nulla, un padre meccanico emigrato in Olanda che compra una paninoteca trasformandola prima in pizzeria e poi ristorante, con Mino a lavorare come cameriere.

Mino con i sogni da imprenditore che apre un McDonald’s e poi una società di intermediazioni, i primi affari nel mondo del calcio realizzati con il passaggio di Bergkamp e Jonk all’Inter.

Mino che nel frattempo impara sette lingue. Mino che nel suo portafoglio di procure vede la presenza di personaggi come Ibrahimovic, Balotelli e Pogba.

Mino che se fosse un discografico un contrattino a Ghemon probabilmente l’avrebbe già fatto firmare, senza dubbio. O magari anche se lo vedesse impegnato sui campi da calcetto, di sabato (In Amare O Lasciare Andare – La rivincita dei buoni) o di lunedì (in Non Soddisfa – Piatto forte, degli Useless Wooden Toys).

Scherzi in accappatoio, al sabato c’è calcetto con gli amici

Il lunedì il calcetto, martedì la Champions

Io personalmente due partite a settimana non riuscirei mai a farle.

Io al massimo

La tele resta spenta e non la guardo, a volte è il televideo a darmi le brevi sul calcio

(Penso A Te – La Rivincita Dei Buoni)

Le pagine del televideo (anzi, era il mediavideo delle reti mediaset)  sul calcio partivano con la Juve sul 241, per poi passare al Milan (242), l’Inter (243) e via dicendo. Chi non ha passato intere estati da adolescente a cercare le news di calciomercato su quei canali, quando ancora non esistevano internet e le televisioni dedicate solo allo sport? Io l’ho fatto. D’altra parte,

Non puoi capire la logica del mio gioco se giudichi dagli spalti

(Futuretro – Fritz, di Fritz Da Cat)

E questo

È un derby e non lo sto perdendo

(Chiamami – La Rivincita Dei Buoni)

Non solo calcio nella vita di Ghemon, in Condor (Agostini) lo dice apertamente:

Vieni al campetto con il kipsta e chiedi del sindaco

Da buon avellinese non poteva non amare il basket, e il kipsta è il pallone a spicchi più usato nei campetti di periferia: economico a tal punto da poter essere sfruttato senza patimenti sul cemento ruvido, e da poter essere sostituito quando esalerà l’ultimo respiro ( e lo farà presto).

Quindi sappiamo cosa ci aspetta quando lo compriamo esattamente come in Bermi un Gin Tonic col Naso (Crookers Mixtape, dei Crookers) sa cosa lo aspetta il fresco vincitore dell’anello NBA Tony Parker:

So cosa mi aspetta, tipo Tony Parker che intravede la longuette a Eva Longoria

Dal 2001 a San Antonio, il francese nato in Belgio da genitori misti statunitensi/olandesi è uno dei migliori playmaker di sempre: 4 anelli NBA non si vincono per caso, e nemmeno il titolo di MVP delle finali (2007). Oltre che cestista è rapper e dongiovanni: Eva Longoria si separò da lui dopo soli tre anni di matrimonio per un tradimento.

Non sono mai riusciti a conquistare l’anello, anzi il trio di cui stiamo per parlare ha brillato assieme solo una stagione ad Oklahoma, complice la partenza per Houston di una delle colonne, il “barba James Harden.

Leggo le mail di Facebook sempre sulla sirena come Harden, Durant e Westbrook

Ma quella serie di finals del 2012 saranno ricordate sempre come la sfida tra la franchigia più odiata di sempre (Miami) e quella che durante l’annata probabilmente si era attirata più simpatie.

Uno che un titolo è riuscito a vincerlo, tra l’altro con una compagine storica, è Rajon Rondo.

Rajon Rondo, il mondo nei miei calzini

Mr. Triple Double (chiamato così per la straordinaria capacità sia come assistman che come rimbalzista e tiratore) ha vinto nel 2008 a distanza di più di vent’anni dai trionfi di Bird e soci, restando legato ai biancoverdi anche nelle stagioni successive, che hanno visto progressivamente i Celtics tornare nell’anonimato.

Abbiamo parlato in precedenza dei crack di Bruno Conti. Parlare di crack fisici e basket e non parlare di Derrick Rose è praticamente impossibile.

Volo nel vuoto, chiamami Derrick Rose

Grande talento, grande esplosività ma una sfortuna immensa: dal 2012 ad oggi il play di Chicago è riuscito a giocare solo 10 partite sulle oltre 160 possibili, prima per la rottura di un legamento e poi, quando pareva ristabilito, per quella del menisco.

Il sogno di partecipare alle Olimpiadi 2016 pare dunque svanire per D.Rose, ma per gli appassionati olimpiadi è sinonimo di una cosa sola: è il 1992, è il Dream Team.

Le parole in inglese come drink e Dream Team

(Il Pezzo rapQualcosa Cambierà, con Mistaman).

Nel 1992 per la prima volta nella storia delle competizioni a cinque cerchi gli U.S.A. poterono schierare i loro professionisti NBA, per un roster da sogno: Barkley, Bird, Drexler, Ewing, Johnson, Jordan, Malone, Mullin, Pippen, Robinson e Stockton, con l’unico anello debole costituito dall’universitario Laettner, portato a Barcellona per l’obbligo di avere almeno un componente “collegiale” tra i convocati. Il risultato della spedizione? Non c’è nemmeno bisogno di dirlo.

Questioni “olimpiche” anche per Jesse Owens, Pietro Mennea, Mark Spitz, Nadia Komaneci e Usain Bolt, citati rispettivamente in Voglio Essere Libero (La Rivincita Dei Buoni), Musica Buffa (Qualcosa Cambierà), Uomo d’Acqua Dolce e Confessioni Di Una Mente Meticolosa (Qualcosa è Cambiato), Testa a Posto (A1M Mixtape).

Ho sollevato i pugni e non sono Jesse Owens

È un chiaro riferimento a due episodi: il primo è il presunto rifiuto alla stretta di mano con Adolf Hitler da parte dell’afroamericano Jesse Owens alle olimpiadi di Berlino 1936, poi smentito dal diretto interessato.

Il secondo è la protesta delle pantere nere alle olimpiadi di Città del Messico 1968, con Tommie Smith e John Carlos che dal podio alzano il pugno al cielo e urlano “non siamo cani da corsa”, infiammando la protesta razziale.

Pietro Mennea è stato il prototipo dell’atleta perfetto per il popolo italiano: recordman mondiale dal 1979 al 1996 sui 200 metri e ancora imbattuto in campo europeo, la “Freccia del Sud” è l’unico ad essersi qualificato per quattro finali olimpiche consecutive nella sua disciplina.

Apnea poi up, sprint, Mennea

Mark Spitz, Monaco 1972, sette ori in un unica olimpiade: record rimasto imbattuto fino all’arrivo in vasca di Michael Phelps, a Pechino 2008.

Dicono che sono Mark Spitz, parto, adios, nuoto

I record che appartengono a Usain Bolt sono molteplici, non a caso è dichiaratamente “the fastest man alive”. 100, 200, staffetta, niente è un problema: se c’è lui in corsia il risultato possibile per gli altri è dal secondo posto in giù.

Qui vanno a passo d’uomo, li sto per doppiare: Scusami, chiamami Usain. Rallento ma c’è ancora chi mi accusa di record mondiale

In molte occasioni infatti è sembrato che Bolt irridesse quasi gli avversari, aspettandoli nel finale e rallentando apposta la sua corsa. Appassionatissimo di calcio, è stato più volte avvistato con indosso la maglia della nostra nazionale (complice anche lo sponsor tecnico in comune)

Nadia Comaneci è stata invece la prima a raggiungere la perfezione in un esercizio olimpico di ginnastica artistica, in un’epoca in cui nemmeno i computer della giuria erano predisposti a registrare tale voto:

Nadia Comaneci, un dieci su dieci olimpico

Tutt’ora l’esibizione a Montreal 1976 rimane una perla, qualcosa da ammirare in religioso silenzio.

Passiamo dalla grazia totale della Comaneci alla rudezza del pugilato: Ghemon lo nomina più volte, partendo da Paraphernalia (Qualcosa è Cambiato):

E i pesi leggeri, resteranno tra i miei incisivi

Passando per citazioni illustri in La Verità (Non Abita più Qua)

Pungo come un’ape, volo come una falena

Riferimento alla famosa frase di Mohammed Alì, nominato anche in Testa a Posto (A1M Mixtape)

È così che facciamo: Alì, Marciano

Rocky Marciano è invece l’unico pugile tra i pesi massimi ritiratosi imbattuto, di chiare origini italiane cambiò il suo nome da Rocco Marchegiano in Rocky Marciano per attrarre di più il pubblico.

 

Pugilato come metafora di vita invece in Dove Sei, presente sull’ultimo album di Neffa, Molto Calmo

Era amore prima che noi ci mettessimo giù al tappeto come un KO tecnico

Ma in realtà

Certi colpi me li hanno consegnati da ragazzo: Jab, poi dritto, dopodiché il gancio

(Condor Agostini, A1M Mixtape)

Lo stesso amore però che nell’Outro de La Rivincita dei Buoni

Allevia i miei crampi dopo un giorno di free climbing

E che schiude

Tutti i chakra, schierati qui davanti a farmi l’haka, ma prima che mi placchino ho bisogno di qualcosa che li placa

(Mano nella Mano – E poi, all’improvviso, impazzire)

Ma ve li immaginate i vostri chakra tutti schierati a fare una cosa del genere?

E a placarli ci pensa sempre la musica, lo scrivere rime come nell’Intro di Qualcosa Cambierà

Snare kicks, calibrati come kung fu flicks

Oppure nel disco di Mr. Phil, Kill Phil pt.1: La traccia è Questa Cultura

Con le rime come un trick di Tony Hawk

Di Tony Hawk avevamo già parlato nella puntata precedente. Andatevelo a rileggere

D’altra parte,

Se ho una maglia rosa è perché corro nel gruppo davanti

(Prima di Partire – E poi, all’improvviso, impazzire)

E, per continuare a dimostrare di essere al top in Italia come al Giro,

In cima va solo chi vince le tappe

(Piano di lavoro – Qualcosa è Cambiato)

Tutto il resto

Va fuori campo, sono Josè Canseco

Come in Fantasmi pt.2 (Qualcosa è Cambiato).  Lo so, nella precedente puntata avevo detto che Babe Ruth era un caso più unico che raro di citazione al baseball, ebbene, ecco la conferma che nessuno è infallibile, nemmeno io: Josè Canseco è infatti un buon giocatore dello “sport con la mazza”, famoso per una squalifica per doping e soprattutto per la partecipazione a due puntate del celeberrimo cartoon The Simpsons.

Ultime citazioni quelle al mondo dei motori:

Velocità pura come a Laguna Seca

È presente in Fantasmi pt.1, nonostante le velocità raggiunte sul tracciato statunitense non siano mai state tra le più alte, complice un rettilineo che di linea retta ha ben poco.

Più azzeccato il paragone in Per La Mia Gente

C’è traffico NASCAR

Dove nella serie statunitense sono minimo in 60 vetture sempre pronte a schierarsi per sfidarsi sugli ovali.

Ultima citazione motoristica, quella in Jack Daniel’s, sul disco di Vox P, Via Crucis

Fuori Strada, Alboreto, Lauda

Michele Alboreto è stato nel 1985 il pilota italiano ad andare più vicino alla conquista del titolo della F1 dai tempi di Ascari, nonché ultimo pilota italiano a vincere un gran premio alla guida di una Ferrari. Perderà la vita in un incidente al Lausitzring nel 2001 (lo stesso anno e stesso circuito dell’incidente in cui Alex Zanardi perse le gambe).

Niki Lauda il suo incidente lo ebbe sempre in Germania, ma al Nurburgring, all’interno di quello che era definito l’inferno verde: 21 km di pura adrenalina, tra saliscendi e continui cambi di direzione.

Era il 1976, e Niki si salvò solo grazie all’intervento dei colleghi che sfidarono le fiamme per estrarlo dalla vettura.

Rimasto sfigurato, non perse comunque la voglia di F1 e vinse ancora due titoli dopo l’accaduto, per un totale di tre volte sul tetto del mondo, 1975, 1977 e 1984. La storia della stagione 1976 e della rivalità con James Hunt è stata raccontata recentemente nel film Rush, con il suo ruolo interpretato da Daniel Bruhl.

Con Lauda e Alboreto siamo arrivati al momento dei saluti, giacchè gli argomenti sono

Finiti come l’Arcuri e Montano

(Questione e’ lengua – Con Capeccapa e Paura)